Natale: quando il consumo consuma l’infanzia

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Che cos’è il Natale? Una sola domanda, che come altre, può avere più risposte. In tanta varietà, a prescindere dal credo religioso o dai pregiudizi, c’è sempre un comune denominatore: il Natale è una festa, la festa della famiglia per eccellenza. La famiglia, quel focolare dove tutti ritornano almeno per un giorno, per riunirsi e ridere insieme, in cui i grandi dimenticano i problemi di tutti i giorni e si rilassano, mentre i più piccoli si divertono a scartare i regali di Natale. Ma nonostante questa sia una tradizione ancora viva oggi, qualcosa è cambiato.

È cambiata la cosa più importante: lo spirito con cui il Natale è vissuto. Questo è un dato che si evince ormai da qualsiasi cosa, a partire dalle luci che si accendono troppo presto, o dai bambini stessi, che non aspettano più il Natale per respirare quella dolce atmosfera, per mangiare tutti insieme le caldarroste, o  scartare insieme i regali sotto l’albero; il Natale, oggi, è un evento tanto atteso solo per viverlo per quello che è diventato: una sfida al regalo più bello.

Il fatto nuovo non è il mondo consumistico, con cui ci confrontiamo da anni; quello che preoccupa è il graduale degrado che inconsciamente vivono in prima persona i bambini. I bambini, infatti,  stanno cominciando a perdersi la magia del Natale, poiché essendo nati in un mondo materiale, non hanno avuto l’opportunità di respirare quell’atmosfera eterea che un semplice periodo dell’anno è in grado di offrire. Insomma, oggi si cresce già con l’idea che niente è pulito, che quello che conta è avere più di altri, cioè i più piccoli hanno assorbito troppo presto la tendenza del XXI secolo: far contare l’avere sull’essere.

Prendiamo un esempio molto banale che riguarda i bambini in modo diretto: la letterina a Babbo Natale. Questo dovrebbe essere un momento intimo, puro, semplice, magari anche un po’ ingenuo, per i bambini; invece risulta disarmante la freddezza e la brama avvolte con cui i nostri ragazzi si apprestano a scrivere a Babbo Natale,  non si respira quell’attesa, quell’ansia tipica di chi spera, perché già sanno che ciò che si chiede sarà loro dato. Così se nelle richieste di un tempo c’erano innocenti trenini in legno, morbidi peluche o teneri cavallucci a dondolo, oggi troviamo i prodotti della più sofisticata tecnologia, mentre i più ingenui si accontentano di “semplici” prodotti griffati.

La domanda sorge spontanea: di fronte a bambini che bruciano le tappe più formative, sulle orme di un regista come Nicholas Ray, potremmo definire questa come l’era di un’infanzia mancata?

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