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Lettera di Torquato a Napolitano sul caso Nocerina

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Updated on 26 January 2022 5:33
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Il sindaco di Nocera Inferiore, Manlio Torquato, ha scritto una lettera al Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, in merito alla questione Nocerina

Di seguito la lettera del sindaco di Nocera Torquato al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano:

lettera

Egregio Presidente,

sono il sindaco della città di Nocera Inferiore, una città che è stata ferita nel proprio orgoglio e nella propria dignità a causa della brutta pagina sportiva verificatasi il 10 novembre scorso in occasione del derby Salernitana-Nocerina, con tutto quel che ne è seguito, soprattutto a livello mediatico. Se le scrivo ora non è solo per la mia comunità, né solo perché Ella è il Capo dello Stato, del nostro Paese. Ma anche perché, come me, è meridionale.

I recenti scontri tra tifosi napoletani e romanisti, con la tragica vicenda del ragazzo sparato a bruciapelo, e la bruttissima immagine del capotifoso con indosso una maglietta schifosa, hanno riaperto sugli organi di stampa e radiotelevisivi, la memoria di quel 10 novembre, quasi elevata a paradigma del calcio malato.

Se Le scrivo, ora, non è certo per ritornare su una ferita ancora aperta, ma per una riflessione che, Suo tramite, va estesa all’intero Paese, soprattutto a una stampa spesso incline alle semplificazioni e ai luoghi comuni. Cose che minano nel profondo il senso di appartenenza civile a una comunità nazionale. Che rischiano di mortificare e vanificare ogni sforzo, ogni passo. Cose che fanno male più delle pietre.

Se per oltre un quindicennio abbiamo vissuto in modo talvolta parossistico la “questione settentrionale”, è anche perché molto si è parlato, ma mai si è risolta la “questione meridionale”. E se continua questa semplificazione miope e ingiusta, che generalizza un’intera comunità, quella campana, meridionale, sotto le peggiori etichette, l’Italia non sarà mai un “Paese normale”.

Il sud ha i suoi seri problemi. Ma non può passare alla cronaca “stabilizzata” degli ultimi trent’anni solo per i suoi guai. Il calcio e il tifo è malato un po’ ovunque, dal Nord alla Capitale, ma se si arriva a Napoli ecco l’accento sulla camorra, su Scampia e i vicoli dei Quartieri. Ecco il ritratto distorto e distorcente di una comunità tutt’intera, dove la vicenda calcistica diventa quasi il pretesto per dire: eccovi, siete così, cos’altro potevate esprimere se non Genny ‘a Carogna.

Tanto che fa una certa tenerezza vedere il povero De Magistris promuovere un meraviglioso spot per ricordare quello che tanti hanno dimenticato: che Napoli è bella.

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Come potei dire in un’ospitata riparatoria su una TV nazionale, dopo l’episodio del derby, anche la mia città non è quella di “miseria, camorra e ultrà” che qualche giornalista, cretino e lontano, ha voluto descrivere, ma è una città dalla storia millenaria che batteva moneta prima che lo facesse Roma. Che ha resistito ad Annibale. Che ha ospitato le armate di Carlo V. La città dell’oro rosso e delle cotoniere meridionali. Quella degli studi di Marco Levi Bianchini, o delle pagine di Joe Marrazzo e Domenico Rea.

Che ha conosciuto difficoltà importanti dalle quali cerca oggi di venir fuori, ma senza i fondi speciali del Governo per il “salva Roma”. Eppure ricondotta e inchiodata, al pari di altre città meridionali, a un giudizio di negatività.

A Milano “si ruba”, ma è il Sud condannato a restare nell’immaginario collettivo terra di malaffare. Dal Nord Italia partono i camion di rifiuti tossici, nel Po scaricano gli stabilimenti chimici, ma solo qui diventiamo, per ore e ore di TV, la Terra dei Fuochi. La sanità in Lombardia è anche quella degli scandali milionari e delle cliniche private dai falsi interventi, ma siamo noi a essere la Regione della malasanità. Anche se l’attuale amministrazione ha finalmente ridotto il debito.

La cultura nazionale, che da trent’anni a questa parte passa soprattutto per le redazioni dei giornali e gli studi radiotelevisivi, ha confermato la propria inadeguatezza a costruire la spina dorsale di un Paese, a dare un senso di comunità e di appartenenza. Anche per la propria pigrizia mentale nell’inseguire luoghi comuni e licenziare giudizi esemplificatori e di comodo.

Più facile rincorrere solo i simboli eclatanti, che però finiscono col confermare, indirettamente, il Sud come luogo di “minorità”; anziché raccontare di un Paese che, anche da Roma in giù, lotta ogni giorno con le difficoltà del vivere e porta aventi onestamente il proprio compito di essere una parte dell’Italia.

Se non si capisce tutto questo, allora tutto diventa inutile. Se non si comprende che solo la verità e l’analisi serena, il racconto obiettivo dei fatti, fuori dalle generalizzazioni di comodo, possono restituire all’Italia quella parte di sé che ha smarrito. Diversamente la frustrazione o il vittimismo, in noi, rischia di prendere il posto della buona volontà, e il “male oscuro” di divorare un Sud che è l’essenza profonda dell’Italia.

Manlio Torquato, sindaco di Nocera Inferiore