Sblocca Italia nemico della Campania, enormi rischi per l’agricoltura

Campania a rischio, lo Sblocca Italia rischia di devastare totalmente la Regione togliendo alle Autorità locali la possibilità d’intervenire

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SALERNO – Se ne è parlato questa sera presso la Libreria Liberis in via Michele Conforti: il decreto Sblocca Italia rischia di devastare definitivamente la Regione Campania e di togliere alle Autorità locali la possibilità di intervenire sulle scelte del Governo.

Sblocca Italia

Nell’incontro intitolato “Sblocca-Petrolio”, moderato da Felice Turturiello, gli interventi degli ospiti Gaetano Telesio (direttore generale dell’Università del Sannio), Giuseppe Di Bello (tenente funzionario della Commissione regionale Ecomafie – fondatore, tra l’altro, dell’Associazione Mò Basta) e Fiore Marro (presidente dei Comitati Due Sicilie) non hanno lasciato nulla al caso. Rivelando delle realtà locali gravissime, alle quali sembra quasi impossibile credere.

«Le grandi multinazionali del petrolio hanno tutto l’interesse a favorire le trivellazioni in Campania; stiamo parlando dei pezzi grossi che agiscono nel nostro territorio, tutti già corrotti»; questo l’argomento centrale del dibattito, cui ha preso parte anche il Movimento Liberiamo la Basilicata. «Con il nuovo decreto a Montecavallo, Tardiano e in tutto il territorio di Benevento ed Avellino sarà possibile effettuare decine e decine di trivellazioni» avverte Di Bello «il pericolo di inquinamento ambientale sarà altissimo anche nel Parco Nazionale del Cilento e Vallo di Diano, e i cittadini, tenuti all’oscuro di tutto, si ritroveranno un territorio devastato a livello fisico ed idrogeologico, con un danno qualitativo notevole anche nelle terre coltivate, inclusi i territori dove si ricavano il vino Aglianico e l’olio Principe del Vulture».

La vicenda di Giuseppe Di Bello ha dell’inverosimile. «Nel 2010 lavoravo per l’Amministrazione, ed ho effettuato privatamente delle rilevazioni sull’acqua contenuta nell’Invaso del Pertusillo, che fornisce un bacino di utenza notevolmente ampio. Il risultato? In quelle acque avevo già trovato altissime percentuali di idrocarburi, manganese, alogenati cancerogeni, metalli pesanti, idrocarburi policiclici aromatici: in pratica, una discarica a cielo aperto in acqua. Ma, per tutta risposta, sono stato denunciato dall’assessore competente della Regione Basilicata e sono stato sospeso dal servizio per più di 2 mesi». Un paradosso incomprensibile.

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Inoltre, come riportava Basilicata24.it il giorno 14 gennaio 2015,

Si allarga l’indagine dell’Antimafia di Potenza su un presunto “smaltimento illecito di rifiuti” petroliferi tra il Centro Oli dell’Eni e l’impianto di trattamento di acque di scarto (Tecnoparco) di Pisticci Scalo. Questa volta, a finire nel mirino della Procura, i terreni di contrada La Rossa (Montemurro) al di sotto del pozzo di reiniezione dell’Eni Costa Molina 2.

Proprio nei pressi di quel pozzo, Di Bello aveva provato a «grattare la terra a pochi centimetri dal suolo, e mi sono visto uscire un liquido vischioso e nerastro ricco delle stesse sostanze contenute nell’Indotto del Pertusillo. Il problema è che le multinazionali usano i pozzi come discariche, immettendo nelle viscere della Terra tutti i veleni di cui vogliono disfarsi; ma spesso, prima che questi raggiungano uno strato più basso, le pareti dei pozzi si rompono dove si trovano le falde acquifere, e le inquinano. La stessa situazione si verifica anche nel territorio beneventano, che con lo Sblocca Italia è ancora più a rischio».

Ma il rischio è enorme anche in termini di produzioni agricole: «Violando la Convenzione di Copenhagen, al cittadino viene impedito di conoscere la verità e già più di 70 aziende agricole, che danno lavoro a 100 braccianti ciascuna, hanno dovuto chiudere a causa di percentuali di fattori inquinanti (nei terreni di proprietà) che superano di 100 volte la Terra dei Fuochi. L’illecito viene reso lecito grazie alla corruzione ai più alti livelli, e anche i cittadini di Sarconi, in provincia di Potenza, non possono più vendere il vino perché sa di petrolio. A Potenza, altre aree ad altissima produzione agricola ora coltivano solo canne di bambù per biomasse, perché hanno avuto il no-food: stanno affamando un’intera regione».

Sblocca Italia
Da sinistra: Giuseppe Di Bello, Gaetano Telesio, Fiore Marro, Felice Turturiello e Guido D’Amore

Ancor più gravi, se possibile, le considerazioni del giurista Gaetano Telesio: «In accordo con il Trattato di Maastricht, la Legge di Riforma Costituzionale ha recepito nell’articolo 117 e 118 alcuni elementi che vanno a ridefinire le potestà legislative, stabilendo un concetto di competenza concorrenziale tra istituzioni locali ed istituzioni centrali. Nelle disposizioni che afferiscono la legislazione di dettaglio, la Regione acquisisce una competenza concorrente rispetto allo Stato, che dovrebbe quindi limitarsi a fissare obiettivi e principi di base, lasciando la responsabilità decisionale e strategica alla Regione stessa. Lo Sblocca Italia, invece, non solo definisce le attività di “ricerca degli idrocarburi, stoccaggio sotterraneo ed estrazione” come interventi “di interesse strategico, di pubblica utilità, urgenti ed indifferibili”, ma in vista di eventuali estrazioni prevede il vincolo di esproprio a soggetti pubblici e privati e una variante urbanistica coatta sul Piano regolatore territoriale. È inquietante» prosegue «perché con lo Sblocca Italia le Regioni non sono per nulla coinvolte nel piano d’individuazione delle aree, e i titoli abilitativi rilasciati a coloro che devono eseguire queste opere non sono più due diversi (uno specifico per la ricerca ed uno per la realizzazione strutturale) ma sono stati ridotti ad uno solo “per celerità dei tempi”; quindi, se costoro scoprono un giacimento, possono sfruttarlo minimo 30 anni con proroghe successive di 10 anni ciascuna».

«Come minimo mi meraviglierei» conclude Telesio «se la Corte Costituzionale non dichiarasse illegittime queste norme, ma non ci vuole un giurista per capirlo. Al termine dello sfruttamento intensivo di potenziali giacimenti, incluse proroghe e concessioni, sarebbe prevista una fase finale di ripristino; e cosa rimarrebbe da ripristinare poi, se non i rifiuti?».

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