Poesia e teatro: il linguaggio dell’Arte nel “Ring” di Andrea Manzi

La presentazione con Adinolfi

E’ stata presentata il 12 Giugno, alle ore 18.00 (presso il Punto Einaudi di Salerno), l’ultima fatica letteraria del famoso giornalista campano Andrea Manzi, che con il testo drammaturgico “Ring” ha inteso esplorare il labile confine tra poesia e teatro.

Andrea Manzi è stato Redattore Capo de “Il Mattino” di Napoli e Direttore settennale del quotidiano “La Città”. Oggi dirige la tv satellitare Telecolore Sky 826 ed è Vicedirettore de “Il Roma”, Professore di Teoria e Tecnica del Linguaggio giornalistico presso l’Università di Salerno e Presidente dell’Associazione “Ultimi per la legalità e la lotta contro le mafie”. La sua penna ha incrociato spesso i tortuosi sentieri della poesia e del teatro, ricavandone sempre una felice sintesi.

“Ring” è un testo nato dalla collaborazione tra l’autore e il famoso drammaturgo salernitano Pasquale De Cristofaro, che lo ha spinto a mettere nero su bianco una voce poetica di scottante attualità e lucidità (anche in vista della rassegna promossa dal progetto internazionale “Il teatro italiano nel mondo”, che gli ha conferito l’ambito riconoscimento all’estero). I contributi di Ugo Piscopo (scrittore benemerito, critico, saggista, Professore di Arte Contemporanea, giornalista e Istruttore presso il Ministero della Pubblica Istruzione) e di Alfonso Amendola (Docente di Sociologia degli Audiovisivi Sperimentali presso l’Ateneo salernitano nonché curatore della collana corponovecento per Plectica Editrice) impreziosiscono ulteriormente quest’opera drammaturgica – che ha per oggetto il tema dell’immigrazione e dello sfruttamento degli extracomunitari.

La disperazione straniera, espressa mediante le tragiche battute del teatrante e del poeta sottoposti al trattamento sperimentale di una coppia di scienziati, si rivela dunque il pretesto – quantomai contingente – che determinerà il confronto tra due differenti linguaggi del mondo dell’arte (la poesia e la drammaturgia). Lo scopo è quello  di evidenziarne i tratti comuni, al fine d’individuare la sintesi che consentirà ai corpi scenici di pacificarsi con la verbalità delle espressioni poetiche. Ma il percorso è in realtà non privo di ostacoli. Ecco, qui di seguito, la recensione di Zerottonove:

Corpo e mente. Azione o linguaggio. E’ oltremodo un azzardo provare ad immaginarsi un teatro altamente poetico, poiché, come sostiene il Secondo Uomo, “La parola e il pensiero si avvolgono e schizzano fuori senza senso“, ma “Noi abbiamo nostalgia dei corpi e dei luoghi. La parola, da sola, muore“. Dunque, qualsiasi racconto, privo di un effettivo riscontro storico (la realtà dei personaggi) diventa manchevole della “mitizzazione” o “presenza corporea” necessaria a celebrarlo e ricordarlo; per cui, cadrà nel vuoto.

Nella ricca terminologia di Manzi ricorre, in verità, un unico intento: coniugare le diverse forme d’arte (o quelle da lui più amate, nella fattispecie poesia e teatro) per arrivare alla descrizione della realtà attraverso un linguaggio multiforme, ovvero l’organismo unico fatto di cervello e membra. Come sembra suggerire il Primo Uomo in una delle ultime battute, Pierpaolo (Pasolini) “s’aggira con la faccia di Dio“. La sintesi perfetta, cioè, non proviene dal debole esercizio umano ma dalla perfetta cognizione dell’Arte e delle sue possibilità. Dunque, l’uomo-verbo e l’uomo-attore che abitano l’artista devono cercare di convergere insieme nella ricerca di una descrizione pragmatica del contingente: una ricerca, questa, che Manzi espleta attraverso il paradigma dell’extracomunitario sofferente.

Ma attenzione: questo implica che l’artista genera Arte dalla Verità e che, dunque, ogni tentativo di falsificazione (il racconto formalmente perfetto, ma non reale) è destinato ad una fortuna effimera, in un mondo affamato di contrasti e sete di conoscenza. Se il Reale deve far pace con l’Artefatto, anche il vate deve riunirsi alle manifestazioni del corpo per incamminarsi verso la sua sublime meta – peraltro sotto gli sguardi ammirati degli uomini non-artisti e non-attori, gli Scienziati. Manzi rivela ottimamente le contraddizioni della cultura dell’Arte, spesso settorializzata – eppure mai divisa internamente sul piano degli intenti: qualcosa di vero dovrà pur esserci, qualcosa di bello dovrà pur consolare gli sfortunati immigrati (o comunque spettatori). L’autore ha dunque colto l’essenza: come in un cerchio eterno e perenne, che si rincorre all’infinito, l’arte necessita di essere umanizzata e diventare necessaria, pur basandosi sulla bellezza formale e stilistica – il vero che rincorre la poesia, per la memoria dei posteri. E dunque, con l’instaurazione di un nesso tra narrazione, memoria e realtà storica, è possibile affermare che Manzi ha già trovato la sintesi cercata: e adesso, ai futuri eredi di Pasolini, non resta che concretizzarla.

“Come tutte le opere letterarie e drammaturgiche, questa potrà piacere o non piacere” afferma Pasquale De Cristofaro “ma di certo non vi lascerà indifferenti”. Massimo Adinolfi, Docente presso l’Università di Cassino ed editorialista per “Il Mattino” e “L’Unità”, sottolinea inoltre il contrasto dell’essere umano nella percezione del reale: “Questo è un testo sperimentale, ma, in effetti, mette in scena un esperimento. Tutti noi siamo molti più assoggettati che soggetti e, leggendo le Ricerche Logiche di Husserl, si evince come il monologo, spesso, sia l’unica forma di espressione pura del reale”.

Dunque, consigliamo di leggere con attenzione questo testo poetico e brillante, geniale quanto conciso, ma di non saltare a piè pari l’illuminante introduzione di Ugo Piscopo, che sottolinea la doppia (o triplice) natura di un esperimento poetico dotato di straordinaria forza scenica. Nei prossimi mesi, Ring sarà presentato da Plectica Editrice anche in altri importanti centri campani, alla presenza dell’autore.