I Negramaro inebrianti e potenti nella notte del Palasele di Eboli

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I Negramaro conquistano Eboli ed il terzo sold out Campano in altrettante sere grazie ad uno show potente nel ricordo di Pino Daniele

Tre mesi, novantatrè giorni ed un totale di quasi duemilacinquecento ore complessive. È stato scandito da questi numeri il conto alla rovescia che i fan dei Negramaro hanno dovuto rispettare prima di poter assistere all’ “Amore Che Torni Tour indoor”, il cui avvio previsto per novembre è stato rimandato a febbraio a causa di alcuni problemi di salute che hanno colpito il chitarrista Lele Spedicato.

Partito da Rimini nel giorno di San Valentino, il viaggio 2.0 della band salentina nella giornata di ieri ha fatto tappa anche al Palasele di Eboli, registrando il terzo sold out campano in altrettante sere grazie ad uno spettacolo fortemente votato alle componenti visive e strutturali. In quest’ottica, un’enorme ledwall rettangolare diviso in sezioni, di cui una concentrica centrale e le altre squadrate lateralmente, fa da sfondo al resto del palco che risulta essere costituito da enormi strutture cubiche in grado di muoversi lungo tutto lo stage assecondate da una serie di scheletri luminosi che fanno lo stesso nel cielo del palazzetto, disegnando forme geometriche a ritmo di musica.

Sparpagliati in tutta questa serie di strutture si trovano i vari membri della band che sulle note incalzanti dell’intro di “Fino all’imbrunire” si lasciano trasportare dai cubi in giro per il palco, prima di creare una sorta di separè a mò di bancone da bar da cui all’improvviso emerge la sagoma di Giuliano Sangiorgi, che intonando le note dei primi brani in scaletta dà avvio ad una serata creata sulla commistione di note ed effetti visivi.

Due grandi ali d’angelo poste al centro dello schermo, infatti, gli cingono le spalle sul finale del primo brano della tracklist, prima di frammentarsi in una miriade di piume quando ad essere eseguita è “La prima volta” che a sua volta lascia spazio al traffico caotico ed alla vita urbana vista dall’alto grazie al contributo video che segue l’andamento de “La mia città”. Il ritmo iniziale viene tenuto alto anche nelle successive “Estate”, eseguita in uno sfondo occupato dall’andirivieni delle onde del mare, e ne “Il posto dei santi”, corredata da alcuni effetti laser in grado di creare una sorta di cielo stellato in alcuni punti del palazzetto che viene avvolto da una atmosfera eterea e simil paradisiaca quando ad essere intonata è “Mi basta”.

La semplicità disarmante dei testi della band si fa largo tra la bozza di un’iride che esplode in un turbinio di guizzi colorati sul finire di “Attenta”,  ed il tramonto stilizzato in salsa Sahariana che fa oscillare ed emozionare Sangiorgi lungo la passerella quando nell’aria riecheggiano le parole di “Amore che torni”, abilmente riprese e ripetute a gran voce dal pubblico. La sagoma dello stesso cantante viene dapprima distorta,frammentata e deviata da alcuni effetti impressi alle immagini proiettate sugli schermi, e successivamente convertita in uno stormo di rondini catturato dalle miriadi di cellulari rivolti al cielo del palazzetto sul ritornello di “Parlami d’amore”. Tutte queste metamorfosi durano un attimo, perchè il leader si erge nuovamente in carne ed ossa a capitano della sua band per affrontare il mare in tempesta che avvolge il palco durante “L’anima” e “Quel posto che non c’è”, prima di stagliarsi con il suo pianoforte malinconico e riservato al centro di uno dei cubi che inizia a roteare seguendo l’andamento di un carillon.

Le esecuzioni a sopresa di “Terra mia” e “Quanno chiove” mandano in estasi la folla, la cui unica voce copre quella dell’artista, e fanno da incipit al momento più intimo ed introspettivo della serata che Sangiorgi sceglie di dedicare a Pino Daniele, perchè “Il sud è casa mia, casa sua ma è anche casa vostra”, prima di dare il via alla girandola di emozioni finali scandita dall’aumento severo dei decibel con il trittico rappresentato da “Via le mani dagli occhi”, ulteriormente potenziata da una vera e propria festa di luci ed effetti,  “Mentre tutto scorre” e “Nuvole e lenzuola”, brani che riuscirebbero a sconvolgere anche l’ordine ancestrale dei vitigni del Salento, gli stessi da cui si ottiene quel prodotto scuro da bere a sorsi lenti per poterne degustare il sapore spiazzante che a lungo andare lascia in bocca un retrogusto particolare e che ti spinge a volerne sapere di più. Un discorso valido anche quando si assiste ad uno show dei Negramaro, perchè quando credi di aver visto tutto c’è sempre qualcos’altro che ti sfugge e su cui devi tornare a buttare l’occhio, altrimenti rischieresti di perderti qualche sfaccettatura che non avevi considerato.

Galleria fotografica a cura di Alfonso Maria Salsano