Michele Ricciardi, pittore del settecento salernitano



Michele Ricciardi

Michele Ricciardi, pittore del ‘700 salernitano: “era in gran voga… e riempì del suo lavoro le chiese chiostri e case signorili”.

L’artista, nato nel Basso Penta (Valle dell’Irno), proviene da una cultura solimeniana.

Non possiamo certo considerare Michele Ricciardi, come un caposcuola capace di dare un indirizzo artistico, ma è pur sempre un artista che ha dato un contributo all’arte del Settecento, inserendosi in un posto di particolare interesse, tra la folta schiera di solimeniani[1].

L’attività di Michele Ricciardi, dal 1694 al 1753, è caratterizzata dalle opere dipinte nei conventi, nei monasteri, nelle chiese del salernitano e nell’avellinese.

Oggi veniamo a conoscenza di nuove opere in chiese e case private.

Spesso viene segnalato dagli autori di cronache locali come Angelo Michele o Michelangelo, ma probabilmente si tratta di una trasformazione popolare, o meglio di un errore di lettura del monogramma dell’artista.

Dalla lettura della firma che si trova nel medaglione rappresentante San Pietro d’Alcantara, nel chiostro del Convento di Bracigliano, si legge nella parte inferiore Michele Ricciardi 1700; nel chiostro del Convento di Serino è visibile As Michael Ricciardi 1709, da leggersi non come Angelo Michele, ma come Abate Michele Ricciardi.

Infatti negli inventari delle opere d’arte conservate all’interno delle chiese, dei conventi e dei monasteri soppressi del Salernitano, ordinati dal R. D. del 30 aprile 1807, viene segnalato col nome di Abate Angelo Michele Ricciardi[2].

Viene quindi da pensare che Michele Ricciardi, nel primo decennio del Settecento, ebbe il titolo onorifico o il beneficio della carica abbaziale; tale considerazione è rafforzata anche da un medaglione che si trova sulla tela del soffitto della chiesa conventuale di Mercato San Severino, riportata in lettere maiuscole: MICHAEL/ AB/ RICCIARDI/ PINCEBAT (Angelo Michele Ricciardi dipingeva)[3].

Michele Ricciardi
Angelo Michele Ricciardi

Recentemente, in seguito al restauro delle tele, è stato ritrovato il  monogramma del Ricciardi venuto alla luce sulla prima opera nota, il San Nicola, nella chiesa parrocchiale di Giovi in provincia di Salerno, datata 1694[4].

Ancora a Baronissi, nel 1699, Michele Ricciardi si dedica ai lavori delle figure allegoriche negli spicchi della volta sovrastante il portale d’ingresso della chiesa.

La prima delle otto beatitudini, con la scritta “Beati qui esuriunt et sitiunt iustitiam”, porta la data e il monogramma.

Gli affreschi firmati del chiostro di Bracigliano, voluti dai devoti, come risulta dal memoriale del superiore del tempo[5]. Gli affreschi rappresentano la vita di San Francesco e dei santi dell’ordine francescano.

Già dalle prime opere è evidente l’intenzione di Michele Ricciardi di rifarsi alle opere del Solimena che egli poté notare e studiare nello stesso ambiente dove lavorava, nella vicina Solofra, a Nocera Inferiore, a Salerno, nella cattedrale e nella Chiesa di San Giorgio, a Napoli, nel Gesù Nuovo e a Donnaregina Nuova[6].

Nel convento di Baronissi la presenza dell’artista è documentata fino al 1731, periodo di tempo indicativo per la conoscenza dell’artista nella sua prima esperienza e per l’attività matura.

Del 1701 è la tela dell’Addolorata e a questo periodo è da attribuire anche l’Ecce Homo[7].

Già in queste tele , si può notare una sicurezza del mezzo tecnico confermata ancora nelle allegorie della navata con le rappresentazioni della Giustizia, Penitenza, Religione, Fede e Fortezza, rappresentazioni in grandi cornici monocrome[8].

Del 1709 sono gli affreschi nel chiostro del convento di Serino, dove l’artista già era noto e apprezzato, come scrisse il Masucci “era in gran voga… e riempì del suo lavoro le chiese chiostri e case signorili”[9]

 

[il testo completo sarà presentato alla XXXI edizione del Premio Salimbeni per la Critica d’Arte, Sanseverino Marche]


[1] F. Bologna, Opere d’arte nel Salernitano dal sec. XII al sec. XVI, Napoli 1955, pp. 169-170

Cfr. Doria- Bologna, ‘700 napoletano, Roma 1962, pp. 50-96

[2] Archivio di Stato di Salerno, B/2475

[3] P. G. Cuomo, Le leggi eversive del sec. XIX e le vicende degli ordini religiosi nella Provincia di Principato Citeriore, parte VIII, pp. 1056-1065, Mercato San Severino 1973

[4] Con la seguente iscrizione: A devozione di D. Giuseppe Martinelli, Die Sestio Augustis (monogramma e data 1694)

[5] 5 giugno 1699, Memoriale del R. P. Francesco Maria da Cilento guardiano del Convento di San Francesco di Bracigliano: “Per pittare il chiostro. M. da Cilento, guardiano del convento di San Francesco a Bracigliano, espone alle PP. VV. come alcune persone divote di detta terra desiderano dipingere il claustro di detto convento con pitture sacre ed al nostro stato religioso, proporzionate, pertanto ricorre esso oratore, alle PP. Loro M. RR. Per la necessaria licenza, ed il tutto haverà grazia ut Deus ecc.”.

Arch. Prov. O. f. m., Libro III, p. 47 e sg.; cfr. P. T. Giordano,  Il Francescanesimo a Bracigliano, Roma 1963.

[6] Il Bologna attribuisce al Ricciardi le lunette delle porte laterali nella facciata del Duomo di Salerno e, nella chiesa di Donnaregina Nuova in Napoli, attribuisce le sei tele delle cappelle laterali.

[7] Il Convento di Baronissi, costruito nel 1695, a cura dei Signori Decio e Benedetto Farina, come risulta dalla scritta.

Ai quattro angoli stemmi della Famiglia Farina e dell’ordine Francescano.

Cfr. P. A. Pergamo, Il convento della Santissima Trinità di Baronissi, Rassegna storica Salernitana, 1958-1959.

Cfr. L. Avino, L’arte nel convento SS. Trinità dell’antico Stato di San Severino, Mercato san Severino 1971.

[8] Sul lato destro uno è quasi completamente scomparso.

[9] 22 aprile 1705, Memoriale del P. Guardiano di Serino: “Per fare dipingere il chiostro M. R. e RR. PP. Del Deffinitorio, fr. Giuseppe M. da Serino, guardiano del convento di San Francesco di Serino, della riformata provincia di principato, supplicando espone maggior decoro del medesimo convento e motivo d’infervorare l’affetto dei devoti, desidera far dipingere con figura de’ Santi il chiostro del suddetto convento, tanto più che dai medesimi devoti le viene manifestato questo desiderio e servirà parimenti per trattenimenti a secolari di non introdursi nel dormitorio onde ne risulta ancora la maggior quiete de’Religiosi: perciò supplica le PP. Loro per la dovuta licenza e l’haverà a grazia quam Deus ecc.”.

Arch prov. O.f.m. libro III, p. 132.

Cfr. Masucci A., Serino ricerche storiche, Roma 1969, p. 170

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