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Linea d’Ombra – I vincitori del Festival

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Linea d’Ombra – I vincitori del Festival

Il Festival delle culture giovani Linea d’Ombra si è concluso lo scorso sabato con la  proclamazione dei vincitori per la categoria CortoEuropa e per quella delle web series. La giuria di appassionati ha assegnato il premio di 2000 euro lordi al corto Zombi, del giovane spagnolo David Moreno. Un lavoro che ha coinvolto il pubblico per la dinamicità del linguaggio espressivo e la capacità di raccontare con freschezza un tema delicato, come quello dell’eutanasia. Tra le web series la  vincitrice del concorso è stata invece Stuck, serie diretta da Ivan Silvestrini e tutta girata in inglese, già menzionata a Los Angeles per la miglior regia.

L’ultima giornata ha visto, come conclusione della rassegna, la proiezione dell’ultimo gruppo di corti in gara, caratterizzati per la loro durata ridotta rispetto ai gruppi precedenti. Il primo della serie è stato Prologo, di Lucas Figueroa, l’ennesimo lavoro spagnolo. Anche se breve (otto minuti), questo piccolo gioiello mette insieme ambientazioni ed epoche delle più svariate, personaggi e storie apparentemente indipendenti ma interconnessi gli uni con le altre, a giustificare una semplice affermazione e un dato di fatto che quasi sempre si sottovaluta: il 98,9% della popolazione non si rende conto che la nostra vita può fare un giro di 180° in tre secondi, e in qualsiasi momento. Gli eventi interagiscono, i nodi si spezzano, altri si creano, i ruoli s’invertono.

Dopo i pochi e intensi minuti del “prologo”, si passa a Rhinos, un corto dell’irlandese Shimmy Marcus: la storia di un incontro fortuito tra una turista tedesca e un giovane timido irlandese. La barriera linguistica tra i due si spezza grazie ad una sintonia fatta di gesti e silenzi, che porta i due protagonisti ad una profonda comprensione che va al di là della comunicazione verbale.

Steffi gefällt das (Steffi Likes This), del tedesco Philipp Scholz è il lavoro più breve tra quelli in gara, che per la forma in cui è stato diretto e per il tema trattato, non poteva essere concepito diversamente. Si parla di Paul, un fanatico dei social media che vive attaccato al suo cellulare, a testa bassa e connesso a tutto. Un unico piano sequenza in cui s’interagisce con i personaggi perché presenti in scena; dove gli eventi virtuali divengono reali, mentre Paul attraversa varie situazioni fino a trovarsi in quella che chiude la morale della favola: aveva vinto la lotteria, ma la sua fama sociale lo conduce diretto a esser rapito.

Anacos (Pieces), di Xacio Baño, è sicuramente un lavoro sperimentale che non lascia indifferenti, sebbene non abbia tante pretese così come la storia che racconta. Si descrivono i semplici momenti di vita di una donna, chiara come la sua ricetta di biscotti. La sperimentazione, non nuova ma visivamente interessante, sta in un montaggio a barre verticali, le quali suddividono lo schermo in zone di visione della stessa scena, con vuoti di spazi che lo spettatore può completare…o no.

Il lavoro del polacco Kotetishvili, Arbuz, è un racconto che lascia in sospeso quello che mette in scena. Si creano i presupposti per una situazione che potrebbe raccontare una piccola storia, ma che racconta la stessa sola situazione. Fuori dalle grandi città, un omone mette in vendita i suoi cocomeri al ciglio della strada. Senza auto che si fermano, e poche quelle che passano, arriva invece un altro personaggio che si posizione sull’altro lato della strada per vendere lo stesso prodotto. La Situazione è presto descritta: concorrenza nel nulla.

Man in Pak, della giovane olandese Anna van der Heide è, in termini di contenuto, il lavoro più particolare della sessione . La protagonista è una giovane moglie che rimane frustrata dal fatto che suo marito dimentica la gita di famiglia programmata al parco giochi. Circondata da coppie felici e da bambini, la donna cerca calore e sicurezza nella mascotte del parco: un uomo travestito da orsacchiotto, che alla fine riesce a portare a casa preferendo così la sua compagnia a quella del marito, che lascia in strada.

L’ultimo lavoro in gara è stato Sevilla, dell’olandese Bram Schouw. Tre giovani amici, tra i quali una coppia, fanno un viaggio a Siviglia. Questo viaggio, e quello che succede, cambierà la loro vita per sempre. Uno di loro, dopo un tuffo da un pontile, muore sotto il passaggio inaspettato di un battello. L’anno dopo i due amici ripercorrono la stessa rotta per finire quello che avevano iniziato l’anno prima. Una storia toccante per la forte amicizia che lega i tre protagonisti, e per l’assurdo imprevisto che cambia le carte in tavola in un attimo. Come a riprendere il senso iniziale della sessione, di quel “Prologo” che descrive la velocità con la quale tutto può accadere e cambiare in pochi istanti.

Dopo la visione degli ultimi lavori in gara, l’incontro con i registi e attori delle web series chiude la giornata e il festival. Un interessante momento di dibattito sulle difficoltà e le volontà di espressione che guidano le produzioni di questa tipologia di prodotto audiovisivo seriale.

In definitiva si è assistito ad un Festival che nella sua diciottesima edizione è stato corposo di proiezioni, eventi, incontri e performance. Il tutto sotto la fantastica cornice di una scenografia mozzafiato, come quella del teatro Verdi.