Laceno, il racconto dei ciclisti dispersi tra la neve

A due settimane dall’accaduto su a Laceno i ciclisti di mountain bike di Bellizzi raccontano la loro esperienza

Domenica primo marzo erano partiti per una bella scalata su al Laceno in mountain bike partendo dalla Strada Provinciale che da Bagnoli Irpino porta ad Acerno. Dalla mattina si erano incamminati per riuscire a «Conquistare la vetta», senza sapere cosa li aspettava, ma la passione per questo sport era ed è tutto per loro.

Un’esperienza brutta e significativa che per niente ha frenato i quattro (Pietro Salvatore, Antonio Palmieri, Gianfranco Gaudioso e Vincenzo Castaldi) e per niente ha demoralizzato la loro voglia di salire sulla bici. Tanto da ritornare ieri a riprendere le due bici lasciate per la fatica su quella strada che porta a Laceno e che li aveva fatti temere la morte. Qualcuno, incurante dell’amore di questi ciclisti per le loro attrezzature, è andato su a Laceno per rubarle. Un atto vandalico che fa pensare che solo la gente del posto era capace di questo. Incuranti dell’amore dei quattro per questo che è uno sport duro e sensazionale, anche perché, a differenza della normale bici da corsa su strada, la mountain bike riesce a far scoprire posti inaspettati. Proprio questo hanno raccontato i quattro ciclisti che hanno parlato principalmente di passione e di esperienza, senza soffermarsi e adagiarsi sull’accaduto del primo marzo e sulle loro pecche.

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Foto in vetta a 1179 m, 1 marzo 2015

Cosa è successo, perché vi siete divisi?
«Avevamo il percorso tracciato che c’indicava anche i chilometri da fare, ma questo non è servito a niente sulla neve. Erano le 15:00 e ci siamo incamminati per un sentiero dove c’erano altre tracce del giorno prima e le abbiamo seguite, ma dopo un paio d’ore di cammino ci siamo accorti che questo sentiero non ci portava da nessuna parte. Abbiamo visto che Antonio era affaticato dalla giornata pesante che era iniziata già alle otto del mattino e dalla neve che ci arrivava alle ginocchia trasportando anche 15 kg di bici appresso, abbiamo pensato che sarebbe stato meglio far avviare alla macchina Gianfranco e Vincenzo e seguire le loro tracce».

A che ora avete avvertito i soccorsi?
«Dalle 15:00 che Gianfranco e Vincenzo si erano avviati, sono arrivati sulla Strada Provinciale alle 20:00 e alle 20:04 hanno chiamato i soccorsi. Noi due (Pietro e Antonio, ndr) eravamo a quasi quattro ore di cammino da loro, con una visibilità scarsissima e continuando a camminare fino alle due di notte. Poi però siamo arrivati in prossimità di questo vallone che era molto ripido e pericoloso. Fino a un tratto abbiamo portato con noi le bici, ma a un certo punto le abbiamo abbandonate. Invece loro due non hanno aspettato un istante per chiamare i soccorsi, capendo già la situazione com’era per noi due. Non riusciamo a capire come abbiamo fatto quel tratto in discesa in così poco tempo per arrivare sulla strada».

Arrivati al precipizio cosa avete fatto?
«Siccome era notte non abbiamo visto nessun sentiero – afferma Pietro – invece loro due (Gianfranco e Vincenzo, ndr) facendo il percorso di giorno hanno trovato la strada per arrivare a valle, aggirando il precipizio e arrivando a destinazione. Noi arrivati al punto del precipizio eravamo con le ginocchia nella neve e con gli indumenti bagnati senza un giubbotto adeguato, ma con la tenuta da bici. La sfortuna è stata anche il fatto che i cellulari non prendevano e con il freddo si erano scaricati. Tanto che anche al momento dei soccorsi nemmeno le radioline dei soccorsi prendevano».

I soccorsi come si sono mossi?
«Da terra, dalla Provinciale con mappe e computer sono riusciti a individuare un punto che poteva indicare la zona. Avevamo fatto una foto a un albero dove c’erano le coordinate, le particelle praticamente dei comuni e questo è stata una fortuna – raccontano Gianfranco e Vincenzo che hanno dato l’allarme – La prima cosa che abbiamo fatto a valle abbiamo chiamato il 112 e dopo tre quarti d’ora è arrivata la prima pattuglia, dopo un po’ ne è arrivata un’altra e dopo 5 minuti un’altra ancora. Un lavoro abbastanza tempestivo, anche se bastava mezz’ora in più e Pietro non ce la faceva ha detto il medico; infatti, i soccorsi si sono organizzati e coordinati dalle 22:00 in poi. Il primo soccorso non ci è stato effettuato, subito sulla strada, ma con le macchine dei Carabinieri ci siamo spostati nella Piazza. L’ambulanza era li che aspettava e – dice Pietro – io ricordo solo che sono salito in macchina, sono arrivato nell’ambulanza e poi non ricordo niente più. Per me ci sono state tutte cose a mio favore perché bastava una cosa che andava storto e adesso non stavo qui a parlare».

Cosa avete pensato in quelle ore dalle due di notte in poi?
«Abbiamo pensato che non veniva nessuno fino al mattino – dice Pietro – stare lì al freddo bagnati, quando mi hanno ritrovato ero viola, ero arrivato proprio a zero e ci siamo abbracciati per riscaldarci. Antonio a un certo punto si è tolto anche il giubbino per darmelo. Siamo rimasti bloccati da questo precipizio, tremavamo e avevamo una piccola lucetta che ci è servita, fortunatamente, quando abbiamo sentito delle voci che ci hanno salvato. I piedi erano in ipotermia e fino all’altro ieri le dita dei piedi erano proprio fredde e mi hanno detto che sono andato due, tre volte in arresto d’ipotermia. Un’altra fortuna è stata anche che i soccorritori hanno visto con la pila le biciclette lasciate più su e sono arrivati a noi. Ci hanno confidato in seguito che se non avevano trovato le biciclette si erano girati in quel punto senza andare avanti».

Quindi adesso vi fermate?
«Non ci pensiamo proprio, anzi questa cosa, per quanto ci riguarda, ci ha invogliato ancora di più. Ci dobbiamo solo organizzare e dopo questa avventura ci sentiamo molto più forti».

Cosa vi sentite di dire a chi intraprende questa passione?
«Deve piacerti la bici e non si deve mollare mai. Un po’ dipende dal carattere personale di aiutarsi a vicenda e possiamo dire che questa cosa ci ha unito molto ed è la nostra passione che cerchiamo di portarla avanti. Tanto da farci tutti e quattro un braccialetto che rappresenta una bici come simbolo dell’avventura che non dimenticheremo mai».

Dopo le varie domande i quattro affermano che non dimenticheranno mai il lavoro di Raffaele Basile per il Circolo Speleologico “G. Rama”, il Soccorso Alpino, le forze dell’ordine tutte e i volontari accorsi.