La grande bellezza vince il Golden Globe come miglior film straniero



Inaspettatamente Paolo Sorrentino vince il Golden Globe per La grande bellezza, come miglior film straniero, avviandosi così alla candidatura degli Oscar.

La sua vittoria è stata ampiamente condivisa dal pubblico straniero, ma i suoi compaesani non hanno ben digerito il film. I motivi sono diversi, però se andiamo con ordine capiremo che sono già presenti all’interno del testo. Il film “narra”  la vita di Jep Gambardella (Toni Servillo), giornalista e critico d’arte, arrivato a Roma all’età di 26 anni, che riunisce amici e conoscenti alla festa dei suoi 65 anni. La ricerca di un’estetica barocca è contaminata subito dalla mediocrità delle persone che arrivano all’evento, dall’evolversi trash della serata.  Sorrentino procede subito per contrapposizioni, più o meno chiare, che man mano si fanno sempre più evidenti e lasciano il segno nello spettatore. I movimenti lenti, addolciti dalle voci dal sapore tragico, con cui ci presenta una Roma addormentata, che non ha più la forza di svegliarsi e bloccata nella sua bellezza intramontabile, si scontrano con i corpi rifatti, sudati, pesanti e volgarizzati sotto i riflettori della terrazza che affaccia sul Colosseo, dove Jep fa il suo ingresso “trionfale”.  Lo sguardo di Sorrentino segue la frenesia e il ritmo della vita romana notturna, eppure privilegia i tempi sospesi, il silenzio, i rallentamenti. E’ di forte impatto, visivo ed emotivo, il momento in cui Jep si distacca dal gruppo per accendere una sigaretta: i movimenti sono rallentati, quasi bloccati, rendendo più gradevoli anche gli atteggiamenti esagitati e grezzi degli invitati alla festa (come mostra l’immagine che segue).

La grande bellezza

Lo spettatore percepisce subito il rifiuto di Jep verso “quel” mondo, abitato dalla borghesia romana, viziata e rozza, profondamente vuota e lontana dal senso delle cose. Il presente è popolato da individui buffi, donne nevrotiche e finti intellettuali. Jep crolla nel momento in cui incontra il marito della donna che ha sempre amato: Elisa è morta e ha lasciato un diario dove ha raccontato il suo amore per lui. Il passato arriva dirompente nel presente di Jep; il suo sguardo va alla ricerca del bello, della quiete, del silenzio, della verità. Il ritorno alle origini, per Jep, è rappresentato da un percorso sarcastico e grottesco nei luoghi che ha sempre vissuto e “odiato”, una serie di visite ad amici per guardare con distacco gli anni che sono passati, prenderne atto, accettare il fallimento di una vita. In questo percorso di “salvezza”, Jep esprime tutto il suo disgusto verso il contesto in cui è diventato un uomo maturo e dove ha sprecato il suo tempo ad apparire, ad interpretare dei ruoli sociali.

Il lungo monologo che Jep fa su come comportarsi durante il funerale, è l’esempio più chiaro: “Al funerale si va in scena“, dichiara Toni Servillo. Durante questo viaggio a ritroso, Jep incontrerà Ramona (Sabrina Ferilli), spogliarellista dal volto assente e distaccato, con cui nasce un rapporto puro, sebbene breve, perché morirà presto di un male incurabile. Un’altra figura simbolica per lo scrittore è “la santa”, missionaria cattolica del Terzo Mondo. Sono incontri che chiariscono il bisogno di Jep di un riscatto, di tornare all’essenziale, di rivivere sentimenti archetipi che sono stati svenduti per l’ingresso nella mondanità.

La scelta di girare la storia di Jep a Roma è motivata dalla volontà del regista di smascherare “la grande bellezza” della Capitale, simbolo dell’Italia, e denunciarne il degrado culturale – nel senso ampio del termine – e umano. Lo smascheramento investe diversi aspetti e logiche sulla classe sociale borghese: l’intervista all’artista, ad esempio, è un momento di ironica e triste constatazione di quanto il mondo degli intellettuali e dell’arte sia diventato autoreferenziale e seriale, in sostanza vuoto. L’artista, alle domande di Jep, nella veste da intervistatore, non sa andare oltre le risposte stereotipate, che il pubblico di riferimento vuole (o è abituato a) sentirsi dire.

In Jep echeggia l’alter ego di Sorrentino, che mette a nudo e ridicolizza la realtà con cui deve fare i conti, stanco e annoiato e si ribella attraverso la costante ricerca ed enfatizzazione della stasi (contro la frenesia della movida), della monumentalità dell’arte (contro la monumentalità delle insegne pubblicitarie), delle voci corali (contro il ritmo calzante della musica dei festini), del passato (contro il presente), del primo amore (contro le donne ricche e viziate).

La grande bellezza è senz’altro un capolavoro mancato, un film che poteva dare di più. La sceneggiatura è piuttosto semplicistica, a tratti banale (in particolare nei dialoghi), personaggi poco caratterizzati, soprattutto sul piano psicologico, a volte troppo schematici e di facile iconografia. Se invece prendiamo questi elementi come una provocazione, il discorso cambia. La banalità dei dialoghi, la frivolezza dei personaggi, sono lo specchio dell’affresco di Roma che Sorrentino dipinge. La Roma svuotata dalla vita quotidiana e dal traffico, è lo specchio del vuoto interiore di personaggi tormentati che non riescono a trovare un “senso”. E’ una Roma decadente, che contiene la crisi esistenziale e dei valori; la solitudine che circonda e affonda questi personaggi buffi è l’altro volto di Roma. Questo doppio volto del palcoscenico in cui si muovono centinaia di persone al giorno, dove si inseguono misticismo e volgarità, malinconia ed ironia, si esprime nelle continue contraddizioni e conflitti a livello estetico, nelle scelte di regia e nelle antitesi visive e sonore.

Il tempo è l’altra dimensione che affronta il film. Si percepisce, nelle esistenze delle persone, che il tempo sia sprecato, come dichiara anche Jep: “Non posso più perdere tempo a fare cose che non mi va di fare“. Il percorso di Jep si può definire come la metafora del percorso dell’uomo contemporaneo immerso nei luoghi/non-luoghi, il quale ha un bisogno inconscio di soffermarsi, di andare piano, meditare, ritornare. Ne è un chiaro esempio la lunga e lenta passeggiata sul Tevere, accompagnata dalle note dolci e dal “rumore” della Natura, che chiude il film. Si conclude con la risposta alla perdizione e al caos, all’insensatezza della vita metropolitana, attraverso il movimento fluido e armonioso che più volte viene contrapposto al ritmo della musica dance.

Allora cosa non piace al pubblico italiano? Sicuramente l’impostazione anti-narrativa (di derivazione americana), le scene gratuite (come la comparsa della giraffa), la mancanza di pathos (che non è costruito passo dopo passo), l’incapacità dello spettatore di immedesimarsi in uno dei personaggi, di suscitare emozioni forti. Non ci si può emozionare come spesso può accadere, perché la realtà torbida e marcia è presentata con una tale ironia che non si comprende fino a che punto sorridere e quando cominciare a prenderne coscienza.

Forse Sorrentino aveva già immaginato la risposta fredda del pubblico italiano e lo dichiara ironicamente all’inizio del film. Un giapponese fotografa Roma dal Gianicolo e, dallo stupore, sviene. L’immagine successiva è introdotta da un urlo che dà il via al festino di Jep, ed è così che comincia il film. Un ritratto più chiaro di così, sebbene un po’ stereotipato, della percezione dell’italiano (in questo caso del romano) di fronte al Bello è di grande ironia e può essere questa la nuova chiave di lettura di Paolo Sorrentino.

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