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Intervista ai Koza Noztra, il “gruppo più censurato d’Italia”

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Updated on 6 July 2022 19:49
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Koza Noztra: la storia di come l’apparenza a volte (spesso) inganni

koza noztra

Grazie a Internet, in special modo negli ultimi anni, stanno vedendo la luce della ribalta gruppi musicali la cui presenza sarebbe altrimenti rimasta di nicchia.

Un caso emblematico è quello dei Koza Noztra: un genere di poco facile ascolto, il rock, e un testo di ascolto ancor meno facile, caratterizzato da un lessico non esattamente “pulito” e da immagini che potrebbero far inorridire Hannibal Lecter in persona.

Zerottonove è, dunque, qui con il diacono, chitarrista e seconda voce del gruppo, per comprendere i loro perché.

 

Salve a tutti voi! Innanzitutto, parliamo di come, soprattutto e perché è iniziato questo vostro progetto. Quali sono stati gli eventi e le cause che hanno provocato la fondazione del vostro gruppo?

“La presa di coscienza che tutto ciò che ascoltavamo all’epoca (2006-2007) non ci rappresentava né ci soddisfaceva al 100%. Ci poteva piacere, ma “rappresentare” è un’altra cosa. Così abbiamo pensato che è inutile pretendere dagli altri di darti la musica che sogni. Te la devi fare da solo”.

Quali sono le principali caratteristiche del vostro modo di “fare musica”?

“Probabilmente siamo l’unico gruppo rock che ha scritto tutti i pezzi sin da prima dell’uscita dell’album d’esordio; e che ha già deciso il momento del proprio scioglimento. Siamo una “concept-band” per dirla all’inglese. Una volta che tutto ciò che doveva essere raccontato sarà stato detto, tanti saluti e grazie”.

Perché avete scelto di suonare proprio questo genere e di scrivere utilizzando un lessico, diciamo, piuttosto colorito?

“Avremmo dovuto sceglierne un altro? Noi suoniamo come siamo e cantiamo come parliamo. E non conosciamo un altro modo di farlo, un altro registro linguistico”.

Alcuni vi etichettano come “rock demenziale”. Vi rivedete in questa definizione?

“Qualche giorno fa è stata ufficializzata la candidatura di Vladimir Putin al Premio Nobel per la Pace. Credi che la parola “demenziale” abbia ancora significato?”

Non lasciate spazio a mezzi termini, tuttavia non esternate mai direttamente i messaggi latenti nelle vostre canzoni, utilizzando vie traverse e lasciando molto all’intelletto. È senza dubbio un’importante scelta poetica, ma così le persone non rischiano di trovarsi di fronte a canzoni di cui, incapaci di comprenderne il senso, avranno soltanto un parere negativo?

“Può darsi. Francamante non è un problema che ci poniamo. Chi ascolta i nostri pezzi gli dà l’interpretazione che vuole e si fa la sua idea”.

Siete un gruppo decisamente fuori dalle righe: vi hanno definito infatti “il gruppo più censurato d’Italia”. Cosa ne pensate di questo titolo?

“Speriamo di essere superati a breve. Se il rock non fa incazzare nessuno, non si può definire neanche rock”.

E a chi vi bolla come volgari e maleducati, come rispondereste?

“Siamo italiani medi. Né più né meno. Con tutto ciò di terrificante che questa definizione comporta”.

Siete ormai arrivati al quarto album, e sembra non abbiate intenzione di fermarvi. Da cosa derivano le tematiche delle vostre canzoni? Pensate che un giorno i vostri motivi ispiratori possano terminare?

“Ti devo correggere: abbiamo già deciso di scioglierci nel 2018. “Cronaca Nera”, anche se uscito in due parti, è in realtà un unico album, il terzo di cinque dischi in totale. I brani sono tutti già scritti e rappresentano una narrazione unica: il viaggio all’Inferno senza ritorno dell’Italia in cui viviamo, di cui siamo protagonisti, spettatori passivi e responsabili attivi allo stesso tempo. Ogni disco è un allargamento di prospettiva rispetto al precedente. Il primo album (Koza Noztra – 2008) era incentrato sull’esaurimento nervoso individuale. Il secondo (Tragedia Della Follia – 2011) su quello “sociale”, collettivo. In “Cronaca Nera” l’esaurimento nervoso si è tramutato in “inevitabilità del delitto”. Il prossimo album s’intitolerà “Sancta Delicta” e sarà anche questo diviso in due parti, pur essendo un lavoro unico. Sarà un concept sul delitto di Stato. Del quinto e ultimo non ti posso rivelare il titolo e i contenuti. Sarà la fine del viaggio, l’implosione di tutto nel cuore di tenebra che abbiamo costruito”.

A chi è diretta la vostra musica?

“Ai posteri, a quelli che sopravvivranno – se ci saranno – a questa lenta, puzzolente e inesorabile apocalisse che stiamo vivendo. Così, dalla tomba potremo fare come la vecchia zia e dire: l’avevamo detto noi!”

Non sembrate poi molto burberi o volgari. Se le persone conoscessero anche il vostro lato “serio”, per così dire, pensate che vi ascolterebbero con orecchie diverse?

“Che senso avrebbe?”

È un genere decisamente poco facile da ascoltare e, ancor meno, da intendere nella sua sostanza. Avete mai pensato di facilitare il lavoro alla persona media, magari con una sorta di “manifesto-canzone”?

“Non ci siamo mai posti un problema del genere. In genere non riusciamo a farci capire neanche da mogli e fidanzate. Ed è un bene, perché normalmente i tentativi continui di “capirsi” sfociano poi nelle stragi familiari”.

Immagino che abbiate avuto, e abbiate tutt’ora, molte difficoltà nell’organizzazione dei live. O sono in errore?

“No, ora nessuna difficoltà. Se vogliamo suonare dal vivo, paghiamo di tasca nostra l’affitto del locale e il cachet degli altri gruppi e sono tutti contenti. Non c’è nessun problema morale che il denaro non possa risolvere”.

Questo cosa vi fa pensare?

“Che le questioni morali spesso sono solo questioni di prezzo”.

Canzone preferita? Tra le vostre, ovviamente!

“Personalmente, una che uscirà sull’ultimo album: s’intitola <<Il Vaso Di Pandora>>”.

C’è qualche artista che vi ha ispirato?

“Parlo per me (Il Diacono): Karl Kraus, drammaturgo e scrittore austriaco della prima metà del XX secolo”.

Se poteste scegliere un artista con cui condividere un palco, su chi ricadrebbe la vostra scelta e per quali motivi?

“Già li scegliamo da un anno a questo parte organizzando il Metallo Nostrum, il nostro festival dedicato solo alle metal band che cantano in italiano. Se una cosa non c’è, bisogna inventarla. Lo scorso anno abbiamo diviso il palco con Malnàtt, Inchiuvatu, Ciementificio e Kurnalcool. A maggio di quest’anno, avremo il piacere di farlo con Tempesta e Rosae Crucis”.

Chi sono i Koza Noztra, quando non prendono in mano i rispettivi strumenti?

“Come già detto, italiani medi. Non siamo mai riusciti a essere qualcosa di diverso”.

C’è qualcosa che vorreste dire ai lettori, per finire in bellezza?

“Amen”.

Grazie mille per averci dedicato il vostro tempo. E lunga vita al rock!