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“Il titolo non dice molto”, il nuovo libro del Prof. Rizzo. L’intervista

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Updated on 23 October 2021 18:27
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zerottonove.it

“Il titolo non dice molto”, serie di brevi racconti autobiografici del Professor Gianfranco Rizzo, rappresenta un condensato di humor, aneddoti divertenti ed esperienze bizzarre, raccontate con leggerezza e trasporto dall’autore

Zerottonove.it ha incontrato il Professore Gianfranco Rizzo, Ordinario del Dipartimento di Ingegneria Industriale dell’Università degli Studi di Salerno, reduce dall’ultima sfida editoriale.

D: Dopo “Il caffè di Turing”, incentrato su futuro distopico dove l’intelligenza artificiale si sostituisce all’uomo, ecco la pubblicazione de “Il titolo non dice molto”, raccolta di brevi racconti su episodi divertenti della sua vita. Cosa l’ha spinta a questa nuova fatica editoriale?

Beh, “fatica editoriale” è un parolone. In effetti è nata un po’ alla volta, grazie alla reclusione forzata imposta dal lockdown, inizialmente ampliando qualche aneddoto pubblicato su Facebook, che amici e amiche mi avevano irresponsabilmente incoraggiato a raccogliere in un libro. Ne veniva fuori un quadro che avevo un qualche pudore a chiamare biografia, non avendo il vissuto di Giulio Cesare o di Marco Polo. Ho pensato allora di inframezzare questi episodi con una serie di brevi stacchi che a loro volta mi sembravano immeritevoli di una vetrina dedicata solo a loro, e che su Facebook erano spesso accompagnati dall’hastag #PdG (Puttanata del giorno). E poi, dato che alla fine faccio il ricercatore, ho presentato il progetto sulla conversione delle auto in veicoli ibridi solari, al quale lavoro da diversi anni: però in forma di dialogo tra tre persone, su un treno. A questo punto, trovare un titolo a questo mix di biografia negata, di divulgazione scientifica e di puttanate diventava un’impresa difficile, e quindi ho semplicemente dovuto ammettere che “Il titolo non dice molto”.

D: I racconti si susseguono con un minimo comune denominatore: la passione per i viaggi, la fisarmonica e la goliardia. Si pensa spesso che gli ingegneri siano poco eclettici. Lei è una eccezione oppure è il luogo comune ad esser sbagliato?

Direi l’uno e l’altro. Forse è l’idea che si possa classificare qualcuno sulla base principalmente del titolo di studio ad essere fuorviante. Se facciamo una valutazione oggettiva scopriamo che gli anni degli studi universitari, che durano dai 4 ai 7 anni e in cui si possono fare molte altre cose oltre a studiare, coprono una frazione limitata della vita di un individuo adulto, soprattutto se è piuttosto “maturo” come me. Conosco diversi ingegneri “atipici”, rispetto al luogo comune che li vorrebbe “nerd” e secchioni. Anzi, negli anni scorsi costituivamo l’ala creativa del nostro campus, essendo tra i più attivi sul fronte musicale, artistico e della comunicazione. Forse, soprattutto nei primi anni del lavoro e finché non si sia sviluppata una propria identità definita, ci si sente quasi in dovere di obbedire a certi cliché, a cosa si pensa che gli altri si aspettino da noi. Poi crescendo ci si distrae.

D: Lei descrive una giovinezza assai distante dai canoni attuali, dove imperano i social media ed i rapporti tra adolescenti e giovani sono mediati da una tastiera o da uno smartphone. Ritiene che si fosse maggiormente felici e creativi nel passato?

Domanda difficile: dopo gli anni ’70 abbiamo avuto delle trasformazioni che si leggeranno sui libri di storia, e di cui forse ancora non si coglie la portata. Nel confrontare due situazioni così distanti è difficile dare un giudizio che prescinda dal fatto di averle vissute in due età molto diverse, a livello personale. Oggi anche il più sfigato tra noi ha delle cose che solo pochi anni fa avremmo considerato estremamente desiderabili o miracolose, come accedere in tempo reale a tutto lo scibile o poter ascoltare, ed in buona qualità, qualunque tipo di musica di tutte le epoche: privilegio dei regnanti, fino all’inizio del secolo scorso. Poi personalmente trovo i social media un grosso arricchimento, non sostitutivo ma aggiuntivo rispetto alle modalità classiche dell’amicizia: almeno per chi come me ha vissuto entrambe le esperienze.

D: Oltre le attività tipiche di un ricercatore e docente universitario, ha contribuito alla fondazione dell’orchestra jazz universitaria, ha fondato una startup per la realizzazione di veicoli ecologici, si è cimentato nell’attività di scrittore. Immagina già una prossima sfida?

Al momento l’impresa di far funzionare le due startup che ho fondato mi assorbe quasi del tutto, dato che non siamo ancora arrivati alla realizzazione industriale per il progetto dal quale siamo partiti: non ci si può fermare a metà se si sta provando ad attraversare un fiume a nuoto. La musica c’è sempre, un po’ in stand-by, e mi aspetta. Ma senza dimenticare che, come diceva Dalla, l’impresa eccezionale è quella d’essere normale”.