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Il Teatro degli orrori, Lavorare stanca – il ritratto di un Paese alienato

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Il Teatro degli orrori, Lavorare stanca – il ritratto di un Paese alienato

Coesione perfetta di rock e poesia, per un ritorno che fa cantare e riflettere. La band capitanata da Pierpaolo Capovilla ha lanciato il primo singolo estratto da Il Teatro degli Orrori: Lavorare stanca, ritratto cinico e beffardo di un’Italia alienata dall’insensatezza del lavoro e dalla mancanza di cambiamenti

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L’alienazione perenne dovuta all’assenza di prospettive e mutamenti, e la conseguente assurdità della caotica monotonia a cui sottoponiamo le nostre esistenze nell’ansia di assicurarci una vita dignitosa, in un Paese che non tiene conto del settore emozionale e valoriale dell’individuo, questa la base tematica su cui Capovilla ha costruito il testo e il messaggio del nuovo singolo.

lavorare stancaIl senso semantico è arricchito da una serie di immagini forti e disturbanti costruite ad arte dal  regista del video Mauro Lovisetto, alternate a parti del testo e ad immagini della band.

Il titolo richiama una celebre raccolta di poesie di Cesare Pavese, anch’essa giocata sul valore della sineddoche indotta dal verbo lavorare, un verbo che ellitticamente indica azione, voglia di veder realizzate le proprie aspettative; ma che va tragicamente ad infrangersi nella stanchezza causata dall’inutilità dei propri sforzi.

Il rovesciamento semantico è inevitabile, e ciò che dovrebbe nobilitare le nostre vite, non fa che debilitarle fino allo sfinimento, fisico e morale.

”Lavorare stanca” è una canzone sulla mancanza di senso del lavoro – spiega Pierpaolo Capovilla – sulla violenza che il lavoro rappresenta nella vita delle persone, costrette a spenderla in fabbrica, o in ufficio, o alla cassa del supermercato, pur di arrivare alla fine del mese ‘senza troppi terremoti’, direbbe Pasolini. Un inno all’ozio, nel senso latino del termine: il tempo dedicato a sé, alle proprie passioni, lontano dalla routine del lavoro, che uccide la vita e la felicità dell’individuo, e lo imprigiona nel lager delle proprie responsabilità quotidiane. Il testo mi è stato ispirato, all’improvviso, da un podcast di Wikiradio dedicato alla vita e alle idee di J. M. Keynes.

ha dichiarato il leader della band.

“Lavorare stanca, lavorare uccide, insinua con veemenza fin dalla prima strofa del brano. Un’accusa chiara, diretta, che sfocia nella durezza senza ritorno della frase successiva:

Lo sanno tutti che in Finmeccanica

il soldi veri li fanno con le armi

e noi qui ad amare i nostri bambini,

che senso ha?

Che senso ha cercare una stabilità economica, crearsi una famiglia, avere un appartamento? Che senso hanno le piccole certezze quotidiane in balia dell’insicurezza dilagante? Che senso ha “uscire dalle trincee” per continuare a combattere una battaglia contro un sistema economico che disarma i nostri diritti, compresi quelli umanamente più intimi?

Sarebbe fantastico non dover rincorrere la fine del mese

ogni santo giorno che il padreterno dispettoso concede

alle nostre inutili vite

E non si tratta di ovviare a semplici problemi di natura economica, ma di affrontare tutti i malumori e le necessità ad essi legati. La vulnerabilità non nasce da situazioni limite, ma da circostanze ordinarie che hanno perso la loro naturalezza. Al sacrificio e alla fatica raramente corrispondono soddisfazione e felicità. In fondo, come sosteneva Keynes, “il capitalismo non è intelligente, non è bello, non è giusto, non è virtuoso e non mantiene le promesse. Ma quando ci chiediamo cosa mettere al suo posto, restiamo estremamente perplessi.”

Non mi fossi mai sposato, non avessi figli, neanche uno

avessi tanto tempo, ma tanto tempo, per non fare più niente

sarebbe fantastico

Sì certo, non sarebbe niente male alzarsi a mezzogiorno

e non dover incontrare ogni mattina un caporeparto impazzito e sempre incazzato,

Dio forse sa perché

Prendersi cura di sé e scendere in piazza a bere un caffè,

comprare un quotidiano per conoscere gli ultimi scandali di un Paese che non cambia

non cambia, non cambia, non cambia mai

Sarebbe bello non essere ingabbiati dalle proprie responsabilità, potersi dedicare a se stessi, alla bellezza delle cose semplici. Ma basta una pagina di un quotidiano a riportarci alla realtà dei nostri doveri. Così, la rabbia iniziale, dopo il secondo ritornello, lascia intravedere un velo di malinconia, di arrendevolezza a un’Italia che non fa nulla per lenire le delusioni e le amarezze dei suoi cittadini.

un Paese che non cambia perché non vuole cambiare,

e non perché non ha occhi per guardare attraverso la crisi, affondando lo sguardo nell’insoddisfazione, nella sfiducia, nell’indignazione, nell’impotenza, nell’impossibilità, cercando di capirne cause e ragioni, ed offrendo un rinnovamento che abbracci indistintamente ogni settore della vita pubblica e privata.

Ma la denuncia della canzone si placa e conclude nella possibilità sarcasticamente romantica della fuga:

Andare a quel paese, dall’altro capo del mondo,

dove il cielo non finisce

dove l’oceano in tempesta è così bello che fa paura

guardarti negli occhi e dirti che ti amo ancora, forse più di prima amica mia

scappare insieme

In fondo:

potrebbe andare peggio, che ne so io… potrebbe piovere!

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