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Toni Ruttimann e i suoi ponti per la vita

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Updated on 22 May 2022 8:19
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Toni Ruttimann, un meraviglioso visionario, poco più di 40 anni, svizzero, per la precisione montanaro dell’Engadina, rigore elvetico ed un sorriso disarmante. Per tutti, lui è Toni El Suizo, lo svizzero, per gli abitanti dei villaggi dall’Ecuador all’Indonesia, del Costa Rica, del Laos, dell’Argentina e di ogni altro angolo della terra dove è passato a lasciare il suo inconfondibile segno: un ponte costruito con pochi mezzi, pochi costi e con l’aiuto della gente.

Ruttimann viaggia nei luoghi più umili del mondo (dall’America latina all’Asia) per costruire opere che nessuno mai realizzerebbe: ponti per spostarsi da una sponda all’altra di un fiume, per andare verso ospedali, scuole e campi da coltivare.

La sua vita, tutto ciò che gli occorre è racchiuso in due borsoni da viaggio: in uno ci sono pochi vestiti e qualche oggetto personale, nell’altro ciò che gli necessita per il suo lavoro. Di null’altro abbisogna. Occhi vivi, voce serena, idee chiare e contagiose: i suoi ponti per la vita, la sua vita per i ponti. Questo è Toni Ruttimann. Un eroe invisibile, solitario, silenzioso, senza patria e senza stipendio, che in meno di 25 anni ha costruito dal nulla più di 600 ponti utilizzando cavi dismessi dalle funivie elvetiche.

«Nel 1987, ero alle prese con gli esami di maturità, guardando in televisione le immagini del terremoto in Ecuador, sentii l’impulso irrefrenabile di partire per dare una mano», questo il racconto di Toni Ruttimann: «In Ecuador ho capito cos’è la sofferenza e ho preso consapevolezza di quanto i ponti siano creatori di vita, speranza ed opportunità. Un ponte può ridare un futuro alle persone: e lì che ho deciso che quella doveva essere la missione della mia vita. Sono arrivato e c’era un fiume largo e veloce, il terremoto aveva distrutto i ponti ed i villaggi erano del tutto isolati.»

Toni Ruttimann e i suoi ponti per la vita

Non ci si sofferma a chiedersi cosa significa e quanto vitale sia poter oltrepassare un fiume, recarsi da una sponda all’altra: moltissimi, troppi i posti e i popoli disagiati.

La gente, la loro disperazione, la grande povertà. Toni El Suizo arriva tra gli ultimi, conosce un ingegnere olandese volontario ed impara costruendo il primo ponte per due villaggi isolati. Ci impiegano quattro mesi.

I primi erano ponti di legno e ferro, continua era la ricerca di materiale di scarto dalle aziende, qualche operaio locale offriva una domenica del suo lavoro, la gente a dargli una mano.

Toni el Suizo, così e da lì è partito.

Toni Ruttimann e i suoi ponti per la vitaA fermarlo non è riuscita nemmeno la sindrome di Guillain–Barré, malattia autoimmune che si mangia la mielina e ti paralizza in pochi giorni. In convalescenza per un anno e mezzo a Bangkok, per otto ore al giorno esercitava ogni distinto muscolo del corpo e intanto pensava a come rendere più veloce, efficiente, sicura la costruzione dei ponti sospesi che costruiva gratis ed era intenzionato a costruire in giro per il mondo. Dal suo pensare è nato il suo ufficio di progettazione, tutto chiuso nel suo portatile.

La multinazionale Tenaris invia vagonate di tubi con scritto sopra soltanto «A Toni el Suizo», per Toni lo Svizzero. Che storia è? E’ tutto vero, un sorriso ed un compito nobile che arrivano “nell’altro mondo”, come dice lui, quel mondo popolato da poveri, che se non vai a cercarlo non lo vedi, non lo conosci, nessuno ne parla e pare quasi che non esista. E invece.

«Nel computer ho la situazione in tempo reale. Funziona così: nel Paese dove siamo, verifichiamo se esistono richieste al governo di ponti da parte di villaggi isolati, esaminiamo le mappe e facciamo sopralluoghi per capire dove i ponti sono necessari. Si tratta di ponti pedonali sospesi, possono passare biciclette e moto, ma non altro. Il modello è unico, in lunghezze da 30 a 120 metri. Quando mi sono ammalato, ho cominciato a interessarmi di database e ho costruito un mio programma che mi permette di verificare in pochi minuti, e con la correzione automatica degli errori anche di centesimi, se il ponte è efficiente e sicuro in una certa situazione. Detesto sprecare il materiale e in questo modo so esattamente quanto ne devo usare. I 26 parametri necessari me li mandano i miei collaboratori sul posto, che compilano la griglia nel primo internet cafè che trovano. In base alla risposta viene predisposto il materiale».

Undici anni tra Ecuador, Colombia, Nicaragua, Honduras, Costa Rica e il Messico: là dove frane, terremoti e inondazioni spaccano in due un paese o un villaggio, Toni si presenta, con le sue due valigie ed un bagaglio di saperi, conoscenze e la sua profonda umanità e le mette a disposizione degli abitanti.

Toni Ruttimann e i suoi ponti per la vita

Una volta terminato il ponte, mediamente dopo sei settimane, si rimette in viaggio alla ricerca di altri fiumi da attraversare. Non lascia tracce se non la gioia lo stupore negli occhi della gente che lo ha ascoltato, aiutato, amato.

«Quando qualcuno mi chiede chi me lo fare, rispondo che non lo so, citando ciò che un khamir di nascosto ha lasciato scritto nel cemento armato di un ponte cambogiano: “Nessuno capisce il mio cuore e i miei sentimenti; questo Ponte è il luogo che amo”.

Poche parole, ma che danno senso a tutto.

Toni Ruttimann e i suoi ponti per la vita

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